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lunedì 15 gennaio 2018

Devilman crybaby - Le mie impressioni

Ho letto il manga di Devilman, quello in 3 volumoni, quando avevo poco più di 10 anni. Forse non sarebbe un fumetto da leggere a quell'età, e probabilmente devo ringraziare anche Go Nagai se non sono una persona particolarmente solare. Ciononostante amo Devilman alla follia, tant'è che sono uno dei tanti possessori della ormai leggendaria coppia di OAV "La genesi" e "L'Arpia Silen", in VHS (sì, quelle rosse dell'allora Dynamic Italia)... sebbene non abbia più idea di dove siano finite, staranno da qualche parte in garage.
Comunque sia, io ero uno di quelli che aveva accolto la produzione di questa serie, intitolata Devilman crybabay, con la più totale indifferenza. In realtà non avevo nemmeno capito che si trattava di un adattamento del manga, credevo fosse uno spin-off o qualcosa del genere. In ogni caso, spinto anche dalle recensioni positive di alcune persone (che tra l'altro me l'hanno presentata fedelissima al fumetto), sono andato a visionare la serie fiducioso... con l'unico risultato di confermare la mia totale indifferenza (e delusione) verso questo lavoro (oltre che dire a questi conoscenti, che tanto avevano decantato una storia moderna, dura e senza compromessi, ma comunque fedele all'opera originale: Avit' pigliato 'o cazz' pà banca 'e l'acqua...).


Se mi è concesso un francesismo, questa serie è un immondo troiaio... divertente, ma pur sempre di un troiaio stiamo parlando (beh, riflettendoci, lo scopo dei troiai è quello appunto di sollazzare il prossimo).
Diciamo che effettivamente l'attualizzazione del contesto ambientale ha giovato maggiormente alla realtà nipponica presentata, probabilmente più vicina a quella odierna reale, con bulletti di periferia che se ne vanno in giro vestiti con catenelle e treccine sui capelli, rappando come gangsta appena usciti dal ghetto (e c'è chi conferma che in Giappone questa gente c'è davvero), e giapponesine che non vedono l'ora di diventare delle Idol, tra invidie e ripicche adoloscenziali. Questo "svecchiamento" ha giovato soprattutto al personaggio di Miki, che nel manga era rimasto un po' sullo sfondo, mentre qui viene caratterizzato in maniera più complessa e interessante rendendola una ragazza sportiva ed empatica, ammirata dalle compagne di classe e contesa da varie agenzie fotografiche (sebbene rimanga ugualmente un po' stereotipata). Ma stop... le cose buone, per quanto mi riguarda, si fermano qui.
Innanzitutto lo svolgimento narrativo è piuttosto confusionario, forzato e disequilibrato, alternando momenti discutibilmente riusciti a ingenuità paradossali, che scadono nel ridicolo involontario, roba che nemmeno Go Nagai, negli anni 70, si era permesso di fare (narrativamente, il manga, regge benissimo ancora oggi e frantuma molti comic-book moderni senza alcuno sforzo).
C'è una sequenza in particolare che racchiude l'essenza di quanto ho scritto nelle ultime righe: quando ormai il caos sta dilagando in città, a causa dei demoni rivelatisi al mondo, Miki, tramite l'utilizzo dei social, esterna il proprio amore per Akira, elogiando il suo cuore puro e spingendo altri devilmen ad uscire allo scoperto, e la sequenza curiosamente funziona, perché è credibile; non è la prima volta che persone di un certo rilievo (sportivi, attori) utilizzino i social per cercare di influenzare (che sia in positivo o in negativo) altre persone... il problema è quando, parallelamente a questa sequenza abbastanza riuscita, vediamo Devilman (proprio lui in zanne e artigli) che abbraccia bambini (manco fosse Babbo Natale), e persone che si mettono letteralmente in fila per chiedergli scusa, in una scena davvero mal costruita registicamente, che sfocia in una surreale comicità... e Devilman piange... e io insieme a lui, ma vi assicuro, non perché sia commosso, no...

Tra l'altro, una fila del genere per "abbracciare" un mostro, l'ho vista solo all'INPS.

Poco chiaro anche quale tipo di sentimento leghi effettivamente Ryo ad Akira, dato che nel manga, Satana, ermafrodita, si era letteralmente innamorato del giovane... qui invece s'intuisce piuttosto un'amicizia "particolare", che rimane però sul vago, senza approfondire più di tanto questo aspetto. Insomma, perché salvare proprio Akira dall'Apocalisse? Tutto è spiegato maluccio, senza contare che quest'aria New Age ha sbiadito quella vena di horror gotico-psicologico di cui era intriso il manga (complice pure un montaggio un po' raffazzonato e frettoloso degli episodi), dove Ryo, nella sua entrata in scena, era quasi un novello dottor Frankenstein, con la sua lugubre magione nascosta tra le montagne (qui invece è un attico in città con tanto di piscina), pronto a dare vita alla sua creatura (Devilman) nei tetri sotterranei posti al di sotto di essa.
Un altro elemento aggiunto in questa serie, e che che ha attirato maggiormente la mia attenzione (e come poteva non essere altrimenti), è la massiccia presenza stratosferica di tanta TOPA! Disegnata, ma pur sempre topa.
Tutti i 10 episodi sono pieni di figa, tette e ammucchiate di ogni genere (etero-omo-bisex, c'è n'è per tutti i gusti). L'abbondanza di sesso, però, ha finito per snaturare molte situazioni, e il personaggio che maggiormente ne ha risentito è proprio Silen (o Sirene): nel manga e nei vecchi OAV era un fiero demone alato alla ricerca della vendetta (e della gloria) verso colui che aveva asservito la forza di Amon alla causa del genere umano; qui invece diventa una baldraccaccia in calore (ho perso il conto delle volte che l'ho vista masturbarsi sui tetti della città) che sembra volere da Devilman/Amon solo una cosa, vista la foga con cui si scaglia contro l'odiato avversario al singolare (ma invitante) grido di battaglia: "SCOPAMIIII!!!!".
Il problema, curiosamente (me ne sorprendo persino io a trovare un difetto in questo), è l'eccessiva lascivia, dove le abbandonati sequenze di sesso, piuttosto che integrarsi decentemente nelle pieghe narrative della storia, diventano solo una volgare messinscena di sequenze buttate un po' a caso. Difatti, come non citare pure la possente polluzione notturna di Akira, la quale mi ha strappato un mucchio di risate, riportandomi alla mente la scena del primo capitolo della ormai celebre saga di Scary Movie.
Nel manga il sesso era solo un sotto-testo, palpabile a livello subliminale, ma mai invadente, né volgare. In effetti tutte le interazioni fra i personaggi principali erano cariche di una certa tensione sessuale, che tale rimaneva, però, come un qualcosa di volutamente inespresso, indefinito; una tensione tangibile ma mai evidente soprattutto nello scontro tra Silen e Devilman, che non sfociava in nulla di hard-core,  perché l'obiettivo dell'arpia non era certo farsi sbattere da Amon, quanto piuttosto uccidere l'umano Akira Fudo e ripristinare l'onore di un "traditore".
Per quanto riguarda lo stile visivo/grafico utilizzato, questo è interessante: ovviamente le illustrazioni danno il meglio di sé nella resa dei personaggi femminili, così come alcune soluzioni nell'uso del colore ben si adattano alle situazioni narrate, donando dei contrasti cromatici sgargianti e piuttosto riusciti... il punto è che l'intero lavoro di disegno ne esce con le ossa totalmente fracassate, se paragonato a quello dei due OAV, vere pietre miliari dell'animazione giapponese (e beh, lì c'era il compianto Kazuo Komatsubara e la classe non è acqua).
Infine note positive per le musiche (piuttosto ispirate) e per il doppiaggio italiano, davvero ben curato, ottimamente recitato e con voci piuttosto azzeccate: Jacopo Calatroni eredita il ruolo che fu di Ivo De Palma (e di Massimo Corizza prima, nella serie edulcorata), e riesce a tratteggiare con efficacia tutti gli stati d'animo del protagonista (anche quello un po' coglionotto del primo episodio). Inoltre il nome del protagonista viene pronunciato "alla giapponese", ovvero con l'accento sulla prima "A", ovvero Àkira, invece di Akìra, dove l'accento è sulla "I" (che poi non mi ci abituerò mai... un'intera vita a chiamarlo Akìra, e ora volete farmi cambiare? Ma no, chissene).
Per chiudere, chiunque venisse a dirmi che Crybaby è una grandiosa e decente trasposizione attualizzata del glorioso manga di Go Nagai, beh... non la prendesse male se cominciassi istericamente a ridergli in faccia.
Al contrario, guardando questa serie più come un omaggio in salsa "porno-pop" dell'intero universo "Devil" (film live-action e vecchio anime blu-puffo compresi), allora sì, ci si troverebbe davanti ad un prodotto forse fin troppo sopra le righe, ma pur sempre gradevole da seguire. E questo è quanto.

P.S.
Parliamoci chiaro... la poetica sequenza introduttiva del primo OAV, in cui si vede l'epica battaglia tra gli angeli e i demoni, polverizza da sola, senza se e senza ma, quanto visto in questi 10 episodi.


giovedì 9 novembre 2017

IT - Le mie impressioni

In questi giorni Hollywood è in subbuglio per una paio di avvenimenti che stanno scombussolando lo starsystem: uno riguarda le molestie sessuali del caso Weinstein, l'altro è lo strepitoso successo (e non così inaspettato) che sta avendo IT, il film tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King.
Sugli abusi di Weinstein se ne sta discutendo parecchio ancora adesso (e le accuse hanno raggiunto anche registi e produttori italiani), ed è indubbio che si tratti decisamente di un avvenimento più importante rispetto alla riuscita di un filmetto dell'orrore e mi piacerebbe poter approfondire la questione, ma siccome questo post è dedicato proprio ad IT (e metaforicamente le due vicende potrebbero anche specchiarsi l'una nell'altra in maniera inquietante), allora parleremo di quest'ultimo.
Visto l'esito positivo che sta accompagnando tale pellicola, sono stato un po' combattuto: avrei potuto conformarmi alla massa e piegarmi alla massiccia campagna pubblicitaria della Warner Bros, definendo il film una grande trasposizione per il cinema, o semplicemente dire quello che penso davvero: che non mi è piaciuto! E ho optato per la seconda! Ovviamente le mie opinioni possono essere condivisibili o meno, e in ogni caso cercherò di spiegare in dettaglio il mio punto di vista, tirando in ballo (cosa inevitabile) anche la bistrattata miniserie di inizio anni 90.


Da bambino la miniserie di IT mi terrorizzava, Tim Curry era davvero inquietante e anche la storia percorreva subdolamente i tempi, molto prima che storiacce molto reali diventassero giustamente di dominio pubblico: cos'è in realtà Pennywise, se non un disgustoso pedofilo eccitato dalle paure delle sue piccole vittime?
La miniserie era figlia palese dei suoi tempi, penalizzata indubbiamente da un budget non troppo elevato e da scelte registiche non sempre efficaci (talvolta conseguenze dirette del ristretto budget). Eppure, ancora a guardarla oggi, funziona, malgrado non sia invecchiata benissimo: innanzitutto non era banale e rispettava contestualmente a grandi linee il romanzo da cui era tratta; al contrario la pellicola di Muschietti, è riuscita a "insipidire" tutto quello che nel libro fu trattato con una certa sensibilità e anche una certa originalità da parte dell'autore.
In primis, sebbene non dovesse essere affatto un problema, è diverso il contesto storico: nel libro (e nella miniserie), quando i protagonisti sono ancora bambini, ci troviamo catapultati negli anni 50. Al di là dell'ovvia resa visiva con auto ed edifici dell'epoca, King era riuscito, con sorprendente sensibilità, a raccontare in maniera credibile quel clima razziale e sociale proprio di quegli anni, dove l'odio immotivato verso persone di colore era ancora palese e il rock'n roll muoveva i primi passi. Non era solo il giovane Mike a subire le angherie di un bullo, ma l'intera popolazione di colore che viveva a Derry scontava la pena di essere nata con la pelle scura (come il famoso episodio dell'incendio al "punto nero",  narrato proprio dal padre del ragazzo); persino nei giochi di bambini e negli atteggiamenti dei protagonisti si riscontravano echi lontani degli anni 50, con l'aggiunta di tutto quel finto puritanismo da parte delle famiglie.
Nulla di tutto ciò nel nuovo film, e non perché sia stato trasportato negli anni 80: fossero stati gli anni 90 o 2000, non sarebbe cambiato assolutamente nulla, semplicemente non c'è nulla nella pellicola che caratterizzi quel periodo (e anche gli anni 80 furono tumultuosi in America, eccome!)... giusto qualche poster buttato qui e lì, e qualche infelice gag che mi ha fatto storcere il naso più che farmi sorridere. Cioè, Stranger Things, in una manciata di inquadrature mi ha letteralmente fatto respirare a pieni polmoni i veri anni 80 (con tanto di colonna sonora d'epoca)! Questa pellicola no! Perché a Muschietti interessava solo portare sullo schermo un pagliaccio che fa scherzi atroci a dei bambini, dimenticandosi di tutto il resto! Il che è un peccato, perché gli anni 80 erano comunque caratteristici non solo nel loro contesto sociale, ma anche dal punto di vista visivo; forse poco eleganti (per questo avrei preferito vedere ancora gli anni 50), ma certamente non del tutto anonimi come appaiono in questa trasposizione.
Inoltre, per quanto in molti abbiano obiettato una certa poca attinenza della miniserie al romanzo originale, come si potrebbe definire questo film, che ha totalmente riscritto (anche in modo superficiale) intere sequenze e omesso particolari decisamente interessanti?
La miniserie segue indubbiamente in maniera più fedele il romanzo, mentre invece la pellicola di Muschietti se ne distacca totalmente. La "poca aderenza" della miniserie era dovuta più ai limiti tecnici dell'epoca e al minutaggio, già eccessivo, dei due episodi, piuttosto che ad un lavoro irrispettoso verso il libro. Vero, non c'era il rito di Chud né quello del fumo, ma non avrebbero trovato spazio, non solo a causa della difficile trasposizione nello svolgimento della vicenda, ma soprattutto per la loro complessa resa visiva, dato che il primo era una sorta di battaglia psichica tra IT e i ragazzi. Quindi non stupisce che non ci siano neppure qui, come continua a non esserci "il grande uccello" di Mike Hanlon - sì, lo so, potrebbe sembrare un doppio senso, almeno se ci affidassimo al solito stereotipo nero - né il licantropo di Ritche e Bill (che invece appariva nella miniserie). Neppure la mancanza di queste caratteristiche "paure" doveva essere un problema... se almeno le avessero sostituite con delle soluzioni più originali... lo stesso dicasi per il rito di Chud, dove di certo non mi andava di assistere ad una "banale" scazzottata tra la creatura e i ragazzi che, tra le risa, mi ha rammentato la fine che Kurt Russell faceva in "A prova di morte" di Tarantino.
Il lavoro di Muschietti tratta in maniera superficiale soprattutto le relazioni tra i protagonisti, rendendoli meno credibili che nel libro; ad esempio il rapporto tra i due fratelli (Bill e Georgie), che nel romanzo si punzecchiano l'un l'altro, mentre nella pellicola sembrano usciti, tra abbracci e smancerie, da una pubblicità del mulino bianco.
Inoltre la serrata caccia al mostro da parte dei perdenti si trasforma, nella sequenza finale, in un ben più banale (ma quante volte ho utilizzato questa parola?) salvataggio della pulzella di turno, che nel libro era almeno riservato alla moglie di Bill da adulto (nella seconda parte cosa faranno? Riproporranno praticamente la stessa cosa?). Non vengono neppure approfonditi alcuni interessantissimi personaggi come Patrick Hockstetter (un vero e proprio sociopatico in miniatura), il quale rimane sullo sfondo, come carne da macello per IT/Pennywise.
Posso comprendere il problema della durata fino ad un certo punto, ma non tale da stravolgere situazioni e personaggi; la miniserie, che durava poco di più di questo film, era riuscita a condensare molto meglio sia le atmosfere che i personaggi, mostrando persino l'età adulta dei protagonisti. Il film non ci è riuscito, dandomi la sensazione che nemmeno abbia avuto voglia di provarci.
Senza contare che dalla sua, l'opera di Wallace, aveva pure una grande performance di Tim Curry: asciutta e senza fronzoli, perfettamente dosata tra ironia ed inquietudine... ma soprattutto NATURALE. Al contrario, l'interpretazione di Bill Skarsgård è troppo sopra le righe, troppo da fumetto per dirla in parole semplici, a volte sembra di vedere più il Joker di Batman, che una demoniaca presenza eterna e onnipotente; inoltre la sua performance è penalizzata dal trucco troppo pesante e da un utilizzo eccessivo della CGI (che non è nemmeno di alto livello, a dirla tutta).
Quindi, in conclusione, questo film è da buttare? No, ma non si tratta neppure del capolavoro di cui la critica tesse le lodi da prima addirittura della sua uscita: "IT" non è nient'altro che un discreto horror movie del sabato sera: nulla di più, nulla di meno. Tutto qui.
Non è un film da ricordare, per quanto si possa essere contrari con questa affermazione. E inoltre non è assolutamente al livello delle pellicole di James Wan (forse lui sarebbe stato una scelta più saggia per IT), cercando di rispondere a qualcuno che ha azzardato il paragone.
E con questo è tutto. Prima di lasciarvi, una curiosità sul doppiaggio italiano: Massimo Lodolo, che qui doppia il padre di Bev, prestava invece la sua voce al Ritche adulto della miniserie televisiva.

Alla prossima! 🙂

giovedì 28 settembre 2017

Leggende Napoletane

Rieccomi qui, a scrivere dopo quasi tre mesi di assenza. Un periodo lungo, lo so, impegni più urgenti mi hanno tenuto lontano dal blog, eppure, in un certo senso, questa lontananza mi è servita a fare un po' di chiarezza e mettere ordine nel mio lavoro.
Ed è proprio in questo periodo che ho rincontrato anche un vecchio amico, compagno delle medie, con cui mi sono frequentato fino ai 17-18 anni (anno più, anno meno). Poi si sa, ognuno prende la propria e ci si perde di vista: solo fugaci saluti stradali, aggiornandosi di tanto in tanto sulla propria situazione lavorativa, e null'altro.
Ma poi succede qualcosa: s'arriva a un giorno che si ha voglia di rivedersi, come se scattasse qualcosa nel nostro animo mai sopito, e ci si sente nuovamente attratti l'uno verso l'altro; ci incontriamo ancora e tornano alla mente tanti ricordi, e si fa la somma del proprio lavoro e della propria esistenza fino a quel momento.
Oggi, quell'amico, Emanuele Pellecchia - operatore presso Sky, Mediaset e Rai - forte anche della collaborazione di Francesco Saverio Tisi, sta realizzando un progetto ambizioso, con la sua casa di produzione, la Phoenix IP (indipendent production): una pellicola (di cui ho già visto qualche incredibile sequenza in anteprima), che affronta i misteri e le leggende di cui la nostra bellissima città è pregna, affondando la sua macchina da presa nelle antiche radici attecchite sotto l'asfalto, ma ancora pulsanti di mistiche riminiscenze.
Il film sarà strutturato ad episodi, alcuni ambientati in un'epoca lontana, altri attualizzati per esigenze di copione, e farà sfoggio di tutte quelle figure folkloristiche che hanno reso così magica Napoli, quale lo spiritello noto come 'O Munaciello (solo scriverne il nome accende in me un ossequioso sentimento di rispetto).
Pensandoci bene, forse è stata proprio la magia che gravita attorno a questo progetto a farci rincontrare; quando Emanuele mi ha invitato al suo studio, descrivendomi le sue idee e illustrandomi il suo lavoro, entrambi sembravamo quasi già leggerci nel pensiero e alle sue parole si accalcavano furiose quelle della sua mente: "Mi piacerebbe se tu partecipassi a questa cosa, Gianluca", sembrava chiedermi, e io dal canto mio, gli rispondevo più forte che potevo "Puoi contarci, Emanuele... io VOGLIO partecipare a questa cosa!". Ed è così che, dopo anni, mi sono ritrovato a collaborare con un amico, coinvolto in un progetto davvero unico, che merita tutta la vostra attenzione, oltre a quella che già sta avendo: sì, perché per "Leggende Napoletane", si sono mobilitati giornali e distributori stranieri, per far sì che questo interessane progetto valichi anche le coste campane.
Il mio contributo, invece, quale sarà? Mi conoscete, e sapete cosa faccio per vivere, quindi non c'è altro da aggiungere: in ogni caso, a breve, con l'approvazione del regista, vi mostrerò qualcosina. 🙂 

Per favore, serve tutto il vostro supporto, per maggiori informazioni vi rimando alla pagina FB Leggende Napoletane; inoltre, se avete una verve attoriale repressa, potreste provare a contattare la produzione, sempre in cerca di comparse... non si sa mai che veniate scelti.

Grazie ancora per la vostra attenzione. Un saluto e alla prossima! 😁    

mercoledì 14 dicembre 2016

Adattamenti nel mondo

Nel tempo, ci siamo lamentati spesso dei nostri adattamenti (quelli italiani, nel caso aveste dimenticato la vostra nazionalità), di film, anime e videogiochi, definendoli sciatti, stupidi, inutili (per rimanere sulle "critiche", giusto per definirle tali, più "civili")... eppure vi siete mai chiesti come vengano adattati questi determinati format negli altri paesi? Io, da appassionato di doppiaggio e adattamento quale sono, me la sono posta moltissime volte questa domanda, e sono andato a trovarmi le mie risposte.
Sebbene questo post si chiami "Adattamenti nel mondo", certo non ci faremo il giro del globo, nel senso stretto del termine, altrimenti faremmo notte, ma ne esamineremo giusto qualcuno (per una infarinatura generale), evidenziando quelli di alcuni nostri vicini, principalmente i francesi, e magari quelli inglesi (che tanto vicini non sono).

Io amo la Francia, c'è poco da fare, sebbene alcune celebrità si siano lasciate sfuggire dei giudizi piuttosto infelici, tipo Vincent Cassell, che ha definito il doppiaggio italiano come una mafia... nonostante, aggiungo io, il doppiaggio cinematografico/animato/video-ludico sia una realtà "invasiva" pure in Francia (anche più che in Italia) e la sua adorata ex moglie meriterebbe di essere doppiata fino alla morte... eppure i francesi hanno il merito di aver importato in Europa, per primi, l'animazione giapponese. Furono proprio loro, infatti, ad aver acquistato in anteprima gli episodi del celebre "Ufo Robot Grendizer" del grande Go Nagai; noi "piccoli" mangia-spaghetti acquistammo dalle loro emittenti, a nostra volta, i diritti per la trasmissione sul caro suolo italico, utilizzando, tra l'altro, proprio i loro adattamenti, che avevano trasformato Koji Kabuto in Alcor, Daisuke Umon in Actarus e il robot Grendizer in "Goldorak". Non so chi, però, decise che il "nom de guerre" scelto dai francesi fosse troppo dolce, e optò per l'aggressivo "Goldrake" (che io preferisco pure all'originale).
Ma sicuramente questa storia la conoscete già, l'avrete letta e sentita milioni di volte, quindi passiamo ad altro...
  
City Hunter è una serie che amo molto. In Italia le prime due stagioni hanno avuto un adattamento più che discutibile: acquistata inizialmente da Mediaset, il colosso milanese decise di cambiare, all'epoca, tutti i nomi dei protagonisti, al fine di renderli più famigliari ad un pubblico occidentale. Ryo Saeba si è così trasformato semplicemente in Hunter, divenendo omonimo del titolo della serie, Kaori Makimura è diventata Kreta Mancinelli e Saeko Nogami cambia in Selen, che fa tanto pornostar (anche se ricordo un fumetto porno giapponese in cui la protagonista si chiamava proprio Saeko... che l'adattatore italiano abbia creato questo curioso dualismo, influenzato da barlumi di cupidigia erotica?). "Purtroppo", però, gli adattatori, al di là del cambio dei nomi, non furono in grado di eliminare tutte le allusioni sessuali della serie, che risultava ancora troppo matura (uno dei primi episodi, addirittura, contemplava la caccia ad un serial killer). Mediaset, allora, si rassegnò e cedette i diritti ad emittenti private; ovviamente questo adattamento non è mai stato preso in considerazione nella traduzione delle ultime due stagioni e dei film, che si basarono fedelmente su quelli originali, e che vedevano il ripristino di tutti i nomi dei protagonisti...
In Francia, però, paradossalmente, hanno optato per un adattamento ancora più "sempliciotto" del nostro! Difatti, lì,City Hunter, è conosciuto con il nome di... Nicky Larson!


Kaori Makimura diventa Laura Marconi, così come Hideyuki Makimura si trasforma in Tony Marconi. Saeko, invece, lascia il posto a Hélène Lamberti. Inoltre la serie fu pesantemente censurata, e fu edulcorata la passione di Ryo per le donne, che, invece di condurle a tradimento nei Love Hotel, le invitava... ai ristoranti vegetariani!

Allo stesso modo, il tenebroso pirata dello spazio, Harlock, è conosciuto in Francia come "Albator"...























Non ne avevo mai capito il motivo di questo cambio, poi una mia amica francese mi ha svelato l'arcano, sebbene fosse molto semplice arrivare alla soluzione: Harlock è troppo vicino, foneticamente, al nome di un altro noto capitano, ovvero Haddok, uno dei comprimari del (bel) fumetto belga Tintin di Hergé.

Arsenio Lupin III, il celebre ladro in giacca verde/rosa/rossa/blu creato da Monkey Punch, che in Italia fu ottimamente caratterizzato dal compianto Roberto Del Giudice (il vezzeggiativo "Zazzà" riferito al simpatico ispettore fu una sua invenzione), è conosciuto, sempre in Francia, come "Edgar De La Cambriole"... ovviamente in questo caso non devo dirvi io il motivo di questo cambio... su, potete arrivarci da soli. 😁



Dall'amata Francia, spostiamoci nell'osannata America e analizziamo One Piece (nonostante il sottoscritto non sia proprio un fan), partendo da un piccola introduzione...
sebbene il film attualmente nelle nostre sale abbia usufruito di un adattamento molto fedele all'originale, ripristinando correttamente tutti i nomi e le loro pronunce, la serie televisiva, invece, ha avuto alti e bassi, a cui gli adattatori hanno cercato di rimediare nel tempo, come il nome stesso del protagonista, mutato in Rubber, ma poi fatto passare per un semplice soprannome: "Monkey D. Luffy, soprannominato Rubber", cita la voce narrante di ogni episodio, come ricorderete. Eppure, al di là di qualche adattamento discutibile, la serie non è mai stata pesantemente censurata, né modificata nella storia o nella caratterizzazione dei personaggi in alcun modo.
In America, invece, essendo trasmessa da Cartoon Network, ha subito ogni sorta di modifica: innanzitutto, la sigaretta di Sanji, grazie alla CG, è stata trasformata in un lecca lecca, perché senno i bimbini, guardando l'anime, potevano diventare tutti dei tabagisti impenitenti. Il sangue è stato completamente eliminato (a volte, poi, persino decolorato... come se fosse normale che uno avesse, ad esempio, il sangue verde...), insieme ad altri piccoli particolari scabrosi (quando noi, in Naruto, ci siamo limitati al B/N nelle sequenze più violente). Il nome Zoro, inoltre, è stato traslitterato in Zolo (sebbene sia corretto il primo), per evitare che i detentori dei diritti del giustiziere mascherato Zorro potessero in qualche modo avanzare pretese e fare causa alla rete... insomma, roba paradossale.

Dello stesso avviso è l'adattamento di Detective Conan, che da noi è arrivato con una traduzione piuttosto fedele all'originale, sebbene fossero stati censurati alcuni particolari disturbanti, tramite l'uso dei soliti fastidiosi fermo immagine. L'anime, però. sempre trasmesso in America da Cartoon Network, ha subito corpose modifiche che ne hanno completamente minato l'identità... già dal titolo: "Case Closed", ovvero caso chiuso... Shinichi Kudo è diventato Jimmy Kudo, Ran Mori si trasforma in Rachel Moore, così come suo padre, Goro Mori, diviene Richard Moore. L'ispettore Juzo Megure lascia il posto a Joseph Meguire e via dicendo. Posso continuare, ma la lista è lunga. Se ho ben capito, tra l'altro, questo è anche l'adattamento ufficiale del manga in America (ma potrei sbagliarmi, non ne sono sicurissimo).

Tralasciando gli anime, non è che la situazione cambi molto anche nei videogiochi. Prendiamo ad esempio quello che sto giocando in questo periodo: The witcher 3 (tratto dai romanzi di Sapkowski). La lingua originale del gioco è quella polacca, sebbene anche da noi sia arrivato col doppiaggio inglese e sottotitoli in italiano (cioè, in realtà il gioco è stato doppiato in tutto il mondo, tranne che in Italia). Un utente, mesi fa, si lamentò in un blog dell'adattamento italiano del gioco... o meglio del libro, dato che lui, a dir suo, lo leggeva addirittura in inglese. La sua lamentela, verteva sul nome del cavallo di Geralt, il protagonista, che da noi è stato adattato come Rutilia, ma che in inglese è Roach, che vuol dire scarafaggio (che poi ancora devo capire il motivo della lamentela).
Al di là del fatto che l'utente lo legga in inglese, e l'unica cosa che gli salta in mente è solo il nome del cavallo (che nel gioco viene ripetuto fino allo sfinimento), beh, mi puzza proprio di fregnaccia... comunque sia, consiglierei a questa gente, per come scrive e si esprime, di leggerli in italiano i libri... almeno imparerebbero davvero qualcosa.
Il punto, in questo caso, è che in polacco (la lingua originale del libro), il nome del destriero è "Plotka", che starebbe, letteralmente,  per "diceria", "pettegolezzo". Al che mi chiedo di quale superbo stupefacente abbia fatto uso il traduttore americano per arrivare ad adattare Plotka in Roach. Molto probabilmente la versione nostrana è stata tradotta direttamente da quella internazionale (cioè da quella che è in effetti la lingua franca del mondo), e l'adattatore italiano, cercando di preservare sia il suono della parola "Roach", che il suo significato, ha scelto l'elegante "Rutilia", che è il nome che noi attribuiamo ad un piccolo bacarozzo volante, simile per forma alla blatta. Non so voi, ma a me sembra proprio un adattamento con i contro-coglioni...
In Francia, invece, Plotka viene adattato in Ablett, che vuol dire "Brullo", ovvero spoglio, arido, tetro. Per quanto riguarda il nome del protagonista, Geralt di Rivia (che in polacco è Geralt Z Rivii), in Francia viene pronunciano esattamente come sta scritto, adattando Rivia in Riv. Il nome suona dunque come "Geral De Riv", con la T muta. Noi italiani, invece, lo pronunciamo con la H posta tra la G e la E del nome, esattamente come gli inglesi; purtroppo, non sapendo come andrebbe articolato in polacco, non so chi di noi, effettivamente, lo pronunci in maniera corretta...

Ora, dopo questa breve, seppur, spero, intensa panoramica su alcuni adattamenti, mi sovviene chiedervi: cosa avete, invero, da lamentarvi delle nostre edizioni?


venerdì 2 settembre 2016

Suicide Squad - Le mie impressioni

Sebbene il film sia uscito da tempo, mi trovo a parlarne solo oggi, un po' per il poco tempo a disposizione, un po' perché c'è poco dire, quindi sarò breve e conciso.
Sucide Squad non è brutto come tanti dicono: si tratta, in sintesi, di un film del cazzo estremamente divertente.
Andare al cinema per vedere SSQ significa essere coscienti del film che si sta guardando, non certo un lavoro qualitativamente eccelso, quanto piuttosto un mezzo per passare una spensieratissima serata fracassona all'insegna del buon'umore: e in questo, la pellicola di David Ayer (che il suo mestiere lo conosce meglio di tanti altri), fa il suo porco dovere. La regia è efficace e manda avanti senza problemi una storia senza pretese, sebbene il montaggio sia un po' "schizofrenico" e "videoclippato". Gli attori coinvolti funzionano tutti, compreso Leto come Joker, benché il suo lavoro non sia minimamente paragonabile a quello di Jack Nicholson prima, e di Heath Ledger dopo. Trattandosi di un film con protagonisti super-criminali, mi sarei comunque aspettato un pizzico di cattiveria in più, invece il "politically correct" regna sovrano per tutti i 130 minuti della pellicola... dopotutto detieni incassi maggiori se in sala ci porti anche le famiglie...
I villain, comunque, sono davvero poco caratterizzati (in primis, proprio il Joker), e la sceneggiatura è ovviamente prevedibile, ma ragionando col senno di poi, cosa ci si può aspettare da un film del genere se non botte da orbi e battute a raffica?
Il mio voto? Ma no... a cosa servirebbe?

mercoledì 1 giugno 2016

Pelé - Le mie impressioni

Non sono un grande appassionato di calcio. Ci hanno anche provato, eh.
Più di una volta m'hanno voluto portare al San Paolo, ma niente... proprio non è uno sport che m'appassiona. Durante le partite solitamente mi guardo intorno, mi gratto il mento, mi accarezzo la barba, il tutto mentre mi chiedo quando finirà. Allora perché, chiederete voi, sono andato al cinema a vedermi Pelé, la biografia filmica del famoso e leggendario calciatore? Beh... prima di tutto m'interessava sapere di più su di lui e poi... mi hanno un po' rotto i film dei supereroi! Di quelli non ne posso più (almeno fino al prossimo Spider-Man, va')!


La pellicola in questione mostra l'infanzia a Bauru del grande Edson Arantes Do Nascimento (in arte Pelé), come giocatore da strada e pulitore di scarpe, fino alla sua entrata, a sedici anni, nella nazionale brasiliana nel 1957, con la conseguente vittoria ai mondiali nel 58.
Purtroppo, però, la regia e la sceneggiatura peccano di semplicioneria acuta: ambedue non approfondiscono in maniera interessante nessuno degli aspetti della difficile vita del celeberrimo calciatore, riducendo il tutto alla ricerca della "Ginga", uno dei passi fondamentali della capoeira (un'arte marziale), utilizzata anche dai calciatori brasiliani per i loro movimenti acrobatici... e quel che è peggio, lo fa come se si stesse parlando di un qualche incredibile potere jedi... e non è per dire, dato che addirittura il noto manager Waldemar De Brito diventa qui una sorta di parodia di Yoda: "La Ginga è potente in te!", annuncia solennemente ad un giovane ed acerbo Pelé, che lo guarda basito (e come potrebbe non farlo?). Inoltre il film segue lo stesso filo narrativo stereotipato di un Karate Kid a caso, dove persino Edson diventa una sorta di Daniel LaRusso... ma su, signori registi, possibile che non abbiate saputo fare di meglio?
Fa proprio così schifo 'sto film? No, affatto. La durata non è eccessiva (poco più di 100 minuti contro i soliti 140 degli odierni film) e il tono è abbastanza leggero: inoltre le sequenze delle partite (soprattutto quella con la Svezia nella finale dei mondiali) sono davvero ben girate e altamente spettacolari, e qualunque impetuoso tifoso di calcio non potrà che sgranare gli occhi dinanzi ai fantastici dribbling, ai palleggi, e ai giochetti di tacco che vengono mostrati con tanta generosità.
Il mio voto? Volendo essere "corretti", la pellicola rosica a stento la sufficienza, ma se siete grandi appassionati del gioco del pallone, allora aumentate pure di un punto. Per il resto si tratta di un'occasione davvero sprecata.

giovedì 12 maggio 2016

Captain America: Civil War - Le mie impressioni

Sono fuori da cinema e su di me vedo troneggiare una decina di poster di film cinematografici, ma ovviamente solo uno attira la mia attenzione.
Faccio un paio di respiri profondi ed entro, fiondandomi verso una delle biglietterie. La tipa alla biglietteria mi guarda, attonita... mi chiedo cosa stia fissando, ma poi ci arrivo senza troppi sforzi: osserva l'enorme sorriso idiota a 32 denti che mi si è stampato sulla faccia.
Quando poggio il mio fondoschiena su una delle poltrone della sala, sono eccitatissimo come Rocco Siffredi su uno dei suoi set.
In sala cala il buio, vengono proiettati i soliti trailer, nulla che non abbia visto già ... ma poi ci siamo...


Sebbene il film s'intitoli "Captain America", si tratta a tutti gli effetti di una pellicola sugli Avengers, essendo di fatto il seguito di "Age of Ultron". La storia riprende da dove ci eravamo fermati, allacciandosi anche con gli aventi di "The Winter soldier". Sebbene sia in parte ispirato all'omonimo fumetto di Millar e McNiven, il filo portante nella narrazione si basa principalmente sull'inseguimento di Bucky Burnes, più che sui risvolti socio-politici atti a far registrare tutti i super umani, perché non agiscano più indisturbati e impuniti qualora, per salvare qualcuno, sfracellassero un intero edificio.
Al di là di questo, Civil War è un film che funziona davvero bene. Si tratta di un grosso giocattolone che non annoia mai, per di più davvero ben scritto: la storia risulta nettamente migliore di tutte quelle pippe pseudo religiose che aveva provato a rifilarci il recente "Batman V Superman", dosando bene il ritmo della narrazione, non scadendo mai nel ridicolo (il che, parlando di tizi in calzamaglia che se le danno di santa ragione, è davvero una piccola vittoria), e regolando in maniera sapiente l'umorismo di cui ormai sono solitamente impregnate le pellicole Marvel. Tutti i personaggi messi in scena, poi, sono utilizzati abilmente e a ciascuno è riservato il giusto spazio (il migliore, per quanto mi riguarda, è Black Panther).
 La regia dei fratelli Russo, invece, mostra inizialmente gli stessi difetti già riscontrati in "The Winter soldier": le sequenze di lotta, per quanto spettacolari, sono dirette con scarsa "sequenzialità", e talvolta risultano un po' confusionarie; fortunatamente migliorano strada facendo.
Ma ora arriviamo al vero nocciolo della questione, che non ha fatto dormire gli appassionati per mesi: l'entrata in scena del nuovo Spider-Man.
L'uomo ragno di Tom Holland promette fottutamente bene: nonostante appaia giusto poco più di mezz'ora, posso dire che è promosso a pieni voti: simpaticamente migliore di quell'abominio interpretato da Garfield il gatto, e assolutamente all'altezza di quello di Maguire per quanto riguarda la personalità e la fisicità. Marisa Tomei, poi, anche a cinquant'anni è sempre un bel vedere e non posso che trovarmi d'accordo con Tony Stark, quando questi le affibbia il simpatico nomignolo di "zia Gnocca"!

Arrivati alla fine di queste brevi considerazioni, non posso che tirare due conti: do al film, oggettivamente, un 8, a causa di qualche riserva (durata sempre troppo eccessiva, seppur sostenibile in questo caso, e qualche piccolo errore di regia). Ma se, in fondo al vostro cuoricino, siete ancora un po' bambini... allora, beh, arrotondate pure ad un bel 10 pieno! :)

domenica 27 marzo 2016

Batman V Superman: Dawn of Justice - Le mie impressioni

Salve gente, come va? Vi sarete accorti che manco da un po'. Torno oggi dopo una lunga pausa, che purtroppo non è stata dovuta ad una bella vacanza, ma ad un malaccio che mi ha tenuto a letto metà del mese. Quindi mi perdonerete se non ho proprio ringraziato tutti, nel giorno del mio compleanno, dato che siete stati in tantissimi a farmi gli auguri. Quindi grazie di cuore, e ne approfitto io stesso per augurarvi una buona Pasqua.
Dopo tanto tempo sono anche tornato al cinema, visto che avevo disertato anche quello: avrei voluto visionare "Lo chiamavano Jeeg Robot" e "Deadpool", e invece mi sono ritrovato a vedere "Batman V Superman", da cui volevo stare alla larga (scelta forse non così scontata, col senno di poi: ogni anno Riccardo Peroni, il doppiatore del Joker, non manca mai di farmi gli auguri!).

  

Zack Snyder è uno di quei registi che riesce a farmi incazzare: potenzialmente, potrebbe avere le carte in regola per realizzare film di pregevole fattura, se non di ottima; purtroppo, il suo ego smisurato, che lo porta ad esagerare ogni singolo aspetto del film, paradossalmente limita le sue capacità registiche e la riuscita complessiva dell'opera, che risulta sempre troppo satura, sia sul piano visivo che quello narrativo, finendo per diventare, così, concettualmente confusa.
Questi problemi sono facilmente riscontrabili in "Sucker Punch", "Watchmen" e ovviamente ne "L'uomo d'acciaio", che ad oggi rimane ancora uno dei suoi film più brutti. Non è da meno anche questo "Batman V Superman", che risulta comunque notevolmente migliore del suo predecessore.
La storia, pur essendo strutturata in maniera più appropriata, è minata da alcuni passaggi piuttosto ingenui e privi di senso, che la rendono il solito pretesto per le mazzate e le esplosioni. Ciò, fortunatamente, non ne intacca la scorrevolezza, facendo sì che la narrazione sia continuativamente chiara nel suo insieme. Devo ammettere, però, che personalmente, vista la durata eccessiva (sotto i 150 minuti... rimpiango sempre i canonici 90), avrei eliminato un paio di scene piuttosto inutili (la premonizione del futuro distopico, e la visita in cella a Luthor sul finale); infatti, come già accennato, il regista non ha il senso della misura, ed esagera continuamente, estremizzando in modo incontrollato numerosi aspetti della pellicola: così il tutto, dovuto anche ad un'assordante (ma bella) colonna sonora, si riduce semplicemente ad un grosso grasso videoclip. 
Il che è un peccato, perché Snyder non gira nemmeno male, ma le sue esasperazioni rendono davvero troppo poco digeribile il film: ad esempio, non aiuta affatto la scelta cromatica sparata all'eccesso, che nelle sequenze d'azione fuorvia lo spettatore dal punto focale della scena; a me danno particolarmente fastidio quei luccichi intensi, inseriti di tanto in tanto senza il minimo criterio... il direttore del fotografia che fa, dorme? Glielo faccia almeno notare. Se siete epilettici statene alla larga, perché rischiate un attacco.
Almeno, però, bisogna ammettere che fa il suo sporco dovere: intrattiene e regala quello che cui si ha pagato, ovvero la spettacolare lotta tra due importanti icone del fumetto, il che, diciamolo, non è poco. 
Parlando invece degli attori, devo dire di averli trovati abbastanza azzeccati: Ben "faccia da bambolotto" Affleck si è rivelato un Batman migliore di quanto avessi mai potuto sperare e il mentone che gli esce da sotto la maschera risulta abbastanza "espressivo". B(u)ona anche Gal Gadot e, non ci avrei scommesso un nichelino, non male anche l'interpretazione di Jesse Eisenberg come Lex, anche se il modello del pazzo farneticante l'ho già visto in almeno 3 miliardi di film... ad oggi, il Luthor più vicino alla sua controparte cartacea è, inteso come personalità, quello di Smallville. La performance di Henry Cavill, invece, è la stessa della pellicola precedente, quindi nulla di nuovo sotto il sole.  

Per chiudere, perché non voglio spenderci vicino altro tempo, affibbio al film un 5, ma se avessero corretto il tiro su alcune cose, con una regia più controllata, poteva anche essere un 7 (e volendo esagerare un 8). Un regista più misurato avrebbe sicuramente tirato fuori qualcosa di molto più interessante, perché i presupposti c'erano tutti, anche sul lato narrativo, ma Snyder è sin troppo "visuale".
In sostanza "più grande", non significa necessariamente "più bello"... a meno che, ovviamente, non si stia parlando di Rocco Siffredi.

Ciaoz      

venerdì 13 novembre 2015

Spectre - Le mie impressioni

Se non sapessi che il regista di Spectre è Sam Mendes (vincitore premio Oscar per American Beauty), io vi direi, senza indugio alcuno, che il film sembra diretto da Michael Bay alla sua prova migliore... 

 
Spectre si apre nel bel mezzo del giorno dei morti, in Messico, con i dieci minuti iniziali più spettacolari che ho visto ultimamente in un film... seguiti poi dall'intro più brutto che ho visto in una pellicola su Bond (e dopo quello di "Bersaglio Mobile", credevo non si potesse fare di peggio), coadiuvata da una canzone davvero orribile (non me ne voglia Sam Smith... ma che non osi più avvicinarsi ad un film di 007!). 
La formula degli spettacolari dieci minuti iniziali viene poi ripetuta fino alla nausea per tutte e due le ore di girato, sacrificando per buona parte la credibilità scenica che si era riusciti a costruire nei film precedenti: Bond salta, si lancia da edifici, si sfracella con aeroplani, e sempre senza un graffio, uscendo praticamente illeso da ogni situazione, manco fosse l'uomo d'acciaio; inoltre tutti i suoi nemici sono affetti da devastanti cataratte, dato che quando provano a sparargli non riescono mai a colpirlo, persino da distanza ravvicinata; invece a lui basta un singolo colpo per mettere fuori combattimento tutti quanti (per non parlare del fatto che riesce ad abbattere un elicottero con... una pistola). Insomma, se la cosa funziona per almeno mezz'ora, ed è anche divertente da vedere, dopo un po' viene a noia, perché sappiamo che tanto non gli capiterà mai nulla... quindi che senso ha seguire le avventure di un uomo (se così possiamo chiamarlo) praticamente invincibile? Soprattutto se queste avventure sono prive di colpi di scena, con personaggi buttati un po' nel mezzo perché boh, così facciamo numero, concatenati da situazioni che si susseguono in modo pressoché identico e con dialoghi al limite del ridicolo (se io dicessi le stesse puttanate che 007 dice alle donne per sedurle, mi beccherei un paio di schiaffi... lui se le porta a letto, invece). 
Inoltre, la Spectre del titolo non sembra costituire una grande minaccia, come almeno si evinceva dal trailer, e il suo legame con i villains dei film precedenti è piuttosto forzato, anzi: sembra proprio attaccato con lo sputo. Mentre ci dirigiamo stancamente al finale, neanche Christoph Waltz (che qui, nei panni di Blofeld, gigioneggia un po' troppo, dando vita ad un cattivo un po' "anonimo") riesce a risollevare le sorti di un film che sembra piuttosto un episodio ad alto budget di una serie televisiva, che un prodotto per il grande schermo.
Non ci fa una figura migliore l'Italia, dove viene mostrata una Roma eccessivamente patinata, piena di stereotipi, a cominciare dalla Bellucci, che, per inciso, continua a non farsi doppiare... fortunatamente il suo personaggio entra in scena per un paio di sequenze, giusto il tempo di farsi sbattere da Bond e poi via, verso nuove avventure.
Tirando le somme, si tratta di un mero prodotto d'intrattenimento, nulla di più, nulla di meno, e va visto come tale: se cercate un film con una storia solida e un cattivo eccezionale, rimarrete delusi, forse cercherete di salvare capra e cavoli se siete fan sfegatati di 007, ma per il resto si tratta di una pellicola abbastanza mediocre, che a stento raggiunge la sufficienza.             

domenica 25 ottobre 2015

Suburra - Le mie impressioni

Stefano Sollima, figlio del grande Sergio, è probabilmente una delle nuove grandi leve del'intrattenimento cinematografico e televisivo italiano, che meriterebbe maggiori elogi anche all'estero. Avendo trovato eccezionali i suoi lavori precedenti (Romanzo Criminale, Gomorra e A.C.A.B.), auspicavo che anche questo "Suburra" non fosse da meno... e sono stato fortunatamente accontentato (ma credo invece di dover ringraziare le grandi doti registiche di Sollima).


Per chi non lo sapesse, la Suburra era un imponente quartiere dell'antica Roma, popolato da persone che vivevano in condizioni miserabili, e che ovviamente, per poter sopravvivere, si dilettavano in attività non del tutto legali. Il termine Suburra, quindi, ancora oggi, indica un luogo malsano, teatro di crimini, di malefatte.
Difatti, il film, racconta una realtà romana dei giorni nostri, estremamente depravata, dove la criminalità è sapientemente integrata anche nella politica e s'intrecciano le vite di più persone (un onorevole corrotto, un potente capofamiglia, un cardinale, uno strozzino, un giovane boss in ascesa), coinvolte nella realizzazione di un obiettivo comune, tra intrighi, prostituzione e omicidi.
La regia di Sollima è semplicemente ottima: a volte non sembra di guardare un film italiano, per quanto siano "azzardate" e moderne le riprese di un inseguimento in auto, o quelle di una sparatoria al supermercato. Inoltre il regista guida con mano sicura tutta la narrazione, rendendola compatta e mai confusionaria, delineando dei personaggi davvero interessanti, non solo caratterizzati talvolta dal loro bizzarro vestiario (basta vedere "Numero 8", punk fino al midollo), ma anche interpretati con estremo carisma e impegno da parte degli attori (è grandioso persino Amendola, che a me il suo lavoro non è mai andato troppo a genio).
Si tratta di una pellicola molto dinamica, che non annoia per nulla, dove le pause vengono usate sapientemente e alla fine riesce anche a far riflettere su quanto siano poco veritiere le informazioni che ci vengono propinate dallo Stato; se c'è un film italiano che vale i vostri soldi, allora questo è proprio Suburra, non dovete assolutamente perderlo! Per me è questo il nuovo cinema italiano!
Il mio voto? Sarei propenso per un 8, ma voglio essere generoso, facciamo un bel 9!

mercoledì 26 agosto 2015

Ant-Man - Le mie impressioni

La farò abbastanza breve: Ant-Man, salvo qualcosa, mi è piaciuto. Mi è piaciuto molto.


Devo ammettere di aver visto questo film senza aspettarmi troppo; nel cinema, addirittura, c'eravamo io e quattro gatti... invece, però, si è rivelato una vera sorpresa, e mi sono divertito parecchio.
Per chi non lo sapesse, Ant-Man è un supereroe in grado di miniaturizzarsi alle dimensioni di una formica, grazie ad una speciale tuta, alimentata dalle particelle Pym, ideate appunto da Hank Pym, che nel film è interpretato da Michael Douglas. Okay, può sembrare un'idea balzana (e probabilmente lo è), ma cinematograficamente funziona abbastanza bene, merito anche di una sceneggiatura sicuramente riuscita, funzionale e convincente, in grado di non prendersi troppo sul serio. La regia regge per tutto il film, in quanto si è deciso di non spettacolarizzare troppo la pellicola, ma di rimanere ancorati con i piedi per terra, cercando di essere, paradossalmente, credibili. Si ha sempre la gradevole sensazione di guardare un "piccolo" film, quasi da anni 80, nonostante la pellicola non sia per nulla piccola e sia stata prodotta quest'anno.
Nella maggior parte del tempo, il tutto è buttato sulla comicità, che però riesce a non scadere mai nella demenzialità più totale: le battute sono abbastanza "intelligenti" e aderenti al contesto (cosa rara per un qualunque film degli ultimi tempi) e le varie gag riescono sempre a strappare qualche risata, probabilmente il merito è anche di Paul Rudd, l'attore protagonista, che si è rivelato incredibilmente adatto al ruolo... ma dove se ne stava nascosto?
In ogni caso anche le altre prove attoriali non sono da meno, forse ho solo reputato il cattivo un po' sopra le righe, ma credo fosse voluto, per adattarlo al tono della pellicola.
Ovviamente anche Ant-Man farà parte degli Avengers e apparirà nei prossimi film, e paradossalmente, proprio le scene inerenti a quest'ultimi erano totalmente fuori contesto: sembravano davvero attaccate con lo sputo. Le sequenze inserite fanno ovviamente da traino per i film precedenti, e da collegamento per i prossimi, ma sembrano provenire da un altro film, non aggiungono nulla, e sembrano solo un di più fastidioso... ma questo, dopotutto, è lo scotto da pagare.
Alla fine lo consiglio? Sì, certo, soprattutto se volete passare una serata spensierata all'insegna del buon umore.
Il mio voto? Credo che un 8 pieno ci possa anche stare.

venerdì 10 luglio 2015

Terminator Genisys - Le mie impressioni

Avevo, credo, 7 o 8 anni quando ho visto per la prima volta uno dei film di Terminator: si trattava del secondo capitolo, quello con il T-800 buono, ed era su una vecchia cassetta farlocca comprata da una bancarella chissà dove. Bei tempi e tanta ingenuità... credevo pure che il T-1000 che si squagliava fosse vero, che un tizio fosse davvero in grado di fare quella roba, ma scusatemi, ero bimbino, non sapevo manco cosa fosse la CGI, e forse, come me, non lo sapeva quasi nessuno: era l'inizio dell'era dei computer e quella roba era davvero FANTASCIENZA.
Il primo l'ho visto solo in seguito, qualche anno dopo, anche se già sapevo della sua esistenza, ma mi metteva troppa paura: era decisamente molto più violento e a forti tinte horror.
Quei due primi film erano diretti da James Cameron, che ne scrisse anche la sceneggiatura e creò i personaggi di Sarah Connor, di suo figlio John, capo della resistenza contro le macchine, e, ovviamente, del letale Terminator, consegnando al cinema delle pellicole mitiche, elevate col tempo a status di cult.
Qualche anno più tardi (beh, parecchi anni più tardi) venne prodotto un terzo capitolo, diretto da Jonathan Mostow e intitolato "Le macchine ribelli": un film "stanco" (ma che potrei definire in ben altro modo), che non ho mai particolarmente amato (ma che ha un bel 70% di voti positivi su Rotten Tomatoes... mah...).
Al che fu il turno di "Terminator: Salvation" di McG, pellicola praticamente massacrata da tutti (ha anche causato la bancarotta della casa di produzione), ma che a me non sembrava poi così male, tant'è che m'era piaciuta più del terzo capitolo... io ero uno di quelli che aspettava il seguito di Salvation...

Invece, sorpresa, dopo tanti anni di attesa ci è toccato "Terminator: Genysis"...   

  
Il Genisys del titolo è un sistema operativo, attorno a cui, ovviamente, gira tutto il film, ma tranquilli, mi fermo qui, non ho voglia di anticiparvi nient'altro sulla trama.
In realtà immagino cosa cosa vi state chiedendo: ma questo film com'è? 
Risposta: "Terminator: Genisys" non è un brutto film, anzi, come qualsiasi altra pellicola odierna, in cui hanno speso miliardi, si lascia guardare fino alla fine... piuttosto è un film "sciocco"; si tratta, in sostanza, della fiera delle banalità, pieno di difetti (nella sceneggiatura, nei dialoghi, nella regia, e persino nella fisica degli oggetti riprodotti in CGI), e per quanto Schwarzy sembri convinto del contrario, qualcuno dovrebbe spiegargli che Salvation è ancora decisamente una spanna sopra.
Probabilmente, se questo film fosse stato diretto dal papà James Cameron (che al momento sta ancora fermo a contarsi i miliardi che ha incassato con Avatar qualche anno fa), sarebbe stato indubbiamente migliore; Cameron è in grado di far funzionare qualsiasi porcata gli si dà, perché attento alla struttura della storia e alla narrazione, invece la regia di Alan Taylor (quello del secondo Thor), è fin troppo televisiva, sgangherata, pilotata verso la solita gag che ormai ti aspetti (e che di conseguenza non ti fa ridere), o la solita battuta ad effetto che sai arriverà presto, quella che nella testa degli sceneggiatori vorrebbe dare un sapore epico al tutto. Questo, in sintesi, è il solito filmetto prodotto apposta per un pubblico di ragazzini urlanti e ciò ha portato ad un'estetizzazione visiva maggiore, quasi da videogioco, portando alla luce numerosi errori concettuali, che tolgono realismo alla vicenda: infatti, grazie a questa pellicola, sappiamo che i superstiti umani, in un ipotetico futuro in cui non dovrebbe essere facile reperire cibo, sono tutti in carne, muscolosi, praticamente uno più grosso dell'altro (e quasi non c'è distinzione fisica tra loro e i terminators)...

L'altro grande problema, poi, è la goffa selezione degli attori... a parte Schwarzy, non ne abbiamo uno, dico uno, che sia stato scelto in maniera oculata e che risulti aderente al ruolo assegnatogli. 
Rammento che Cameron era riuscito a trovare attori che, sebbene apparissero anche solo per pochi attimi sullo schermo, riuscivano ad essere credibili... basti pensare al suo John Connor adulto, che appare in Terminator 2 appena per pochi secondi


Il John Connor di Cameron ha un che di vissuto, stanco, preoccupato, scavato, con lo sguardo torvo ma fiero, velato da un pizzico di tristezza, come quello che si confà ad un capo e un guerriero, destinato a vivere in un'era di ristrettezza e di violenza. 

Quello di questo film ha un bel viso paffutello, contornato da cicatrici assolutamente fintissime, su cui troneggiano i dolci occhioni bonari di Jason Clarke, che non farebbe paura ad un barbapapà...



Ma il problema maggiore, per quanto mi riguarda, è Kyle Reese, che nel film originale era interpretato dal bravo Michael Biehn, che possedeva un fisico asciutto e mostrava un viso sofferto, emaciato, quasi da tossico, con una vistosa cicatrice sul mento. Gli occhi brillavano di una folle scintilla e lasciavano trasparire una vita vissuta in totale solitudine, nel dolore e nella paura. Non era affatto rassicurante. 


Il Kyle Reese del nuovo Terminator è un enorme bamboccione col faccione palestrato di Jay Courtney (l'amico biondo di Spartacus, e anche il figlio di John McClane), poco credibile nei panni di un guerriero che viene da un futuro devastato. Più che altro sembra uno passato un attimo dal barbiere, dopo aver fatto quattro salti in palestra.



Neanche Emilia Clarke è così esaltante nei panni di Sarah, che è stata resa una svampita, qui... ma su Emilia non mi pronuncio, sono un suo fan sin dalla prima stagione del trono di Spade... e i motivi sono tanti e sempre ben visibili... evito anche di pubblicare foto... dai, che si capisce...

Okay, ma Schwarzy, in effetti, come se l'è cavata? Come al solito, direi: con la sua superlativa inespressività, riesce sempre a dare vita a qualcosa di magico. In parole povere funziona, e riesce anche a strapparmi un sorriso quando abbozza quell'inquietante ghigno.
Eppure, volete sapere dove però la pellicola ha scatenato in me l'ilarità? Nel finale... e in tutto quello che viene dopo... 
Segnatevi questa battuta: "Upgradato"! Questa diventerà un meme...

Giunto alla fine delle mie impressioni, che voto gli do? Su un massimo di 10, diciamo che riesce a stento a rosicare la sufficienza... ma io perché sono un fan della serie... se voi non lo siete, togliete pure un punto...

P.S.
Durante i titoli di coda non alzatevi... c'è la solita scena finale nascosta, che lascia presagire altri 3 miliardi di sequel (ma tutto sommato i sequel s'intravedono già durante la visione della pellicola)... 

domenica 17 maggio 2015

Mad Max: Fury Road - Le mie impressioni

Ormai ne parlano tutti maggiori critici... e ne parlano tutti bene. Tutti sono d'accordo che il nuovo Mad Max è un film pazzescamente dinamico e interessante, che funziona su tutti i fronti.. ma lo è davvero? Questa pellicola è davvero così bella? Sì, lo è... prendete tutte le cose buone della trilogia precedente e rendetele ancora migliori e quello che avrete sarà appunto "Mad Max: Fury Road", un'autentica brillantissima perla in un mare di qualunquismo cinematografico.


Domandona: per vederlo occorre conoscere i tre film precedenti? Nì. Come avevo già auspicato, Il film è sia un riavvio che un quarto capitolo (più il secondo che il primo) e nell'incipit getta il protagonista, Max Rockatansky, già nel pieno dell'azione: questi viene infatti catturato, pestato, sbarbato e utilizzato come sacca di sangue (!) dai feroci barbari pelati motorizzati, guidati dal villain Immortan Joe. Da questo inizio si snoda la vicenda che porterà Max a scortare, insieme a Furiosa (una furiosissima Charlize Theron), le mogli di Joe lontane dalle sue stesse grinfie. Vi basterà davvero poco per fare "amicizia" col devastato mondo post-apocalittico di Fury Road e venirne rapiti.
La trama è semplicissima e diretta, con dialoghi ridotti all'osso, ma ugualmente credibili, perché credibili sono i personaggi e credibile è il mondo che li circonda. Sono tutti in lotta con tutti: alleati (soprattutto all'inizio), più per tornaconto personale che per spirito di compassione. Ci si crede davvero che quel genere di cose possano accadere in un ipotetico futuro come quello rappresentato.
Il personaggio più bello in assoluto, infatti, è proprio Furiosa, probabilmente la vera protagonista della pellicola, dato che Max, per certi versi, funge un po' da narratore. Charlize Theron mostra una tale intensità nella sua recitazione, che basta uno sguardo per percepire le emozioni di questa "imperatrice" delle sabbie. Le idee visive e narrative sono geniali e deliranti (Max sacca di sangue, Immortan Joe e la sua strana maschera, i figli deformi, i chitarristi che sparano fuoco sui convogli dello stesso Joe), e contengono una freschezza di fondo rara di questi tempi. come anche il design di tutti i personaggi che tende ancora di più a caratterizzare (in modo folle, ovviamente) la pellicola.
Le sequenze d'azione sono eccezionali, coerenti e serratissime, oltre che finalmente riprese (quasi) dal vivo: ti sembra davvero sentire il rombo dei motori o la puzza di benzina o il vento tra i capelli... ti sembra davvero di stare lì, alla guida di uno di quei veicoli pazzeschi, tra quei barbari motorizzati, pronto a mietere sangue! Yeah!   
Che cosa posso dire? Io adoro questo film! Il cinema odierno, cosparso di invadente CGI, dialogoni e spiegoni che vorrebbero talvolta elevare vanamente una pellicola già vuota di suo, aveva dannatamente bisogno di un'opera cinematografica come questa, con una qualità tanto pungente. Aveva dannatamente bisogno del ritorno di un maestro come George Miller. Il cinema ne sentiva davvero la mancanza. Lunga vita a Miller. Lunga vita a Mad Max. Io sono molto contento. E voi? Voi cosa state aspettando? Forza, fiondatevi al cinema, correte oltre la sfera del tuono! (cit.)

Piccola Curiosità: l'attore che interpreta Immortan Joe, Hugh Keays-Byrne, interpretava già il cattivo Toecutter nel primo film della trilogia originale.

domenica 3 maggio 2015

The Avengers: Age of Ultron - Le mie impressioni

"Sto proprio invecchiando", queste erano le parole che mi balenavano in testa mentre al cinema guardavo il solito Hulk fracassare qualcosa per l'ennesima volta, coadiuvato dai suoi "super-amici". "Sto invecchiando, e questa roba mi sembra tutta uguale a tanta che ho già visto e stravisto", pensavo ancora... sì, perché The Avengers: Age of Ultron è praticamente identico all'Uomo D'acciaio, che a sua volta era uguale al primo The Avengers, con la differenza che Whedon ha strutturato i suoi film in maniera nettamente più funzionale, rispetto a Snyder (speriamo che si redima con Batman V Superman).
Parliamoci chiaro, a me piace questa roba, la trovo figa: se mi fate esplodere qualcosa tra mille effetti speciali mi rendete felice, anche perché prendo questi film per quello che sono (ecco perché non mi fanno così schifo nemmeno i "Transformers" di Bay, a patto che qualcuno gli spieghi come si usano gli zoom, o l'ultimo film dei Cavalieri dello Zodiaco), ma mi rendo anche conto che non mi potranno mai dare nulla di effettivamente nuovo... sono supereroi, sono tizi in calzamaglia, e l'unica cosa che hanno in testa è salvare il mondo e il plot è sempre quello (quasi come un episodio di Dragon Ball): 
1) Arriva il cattivo
2) Vuole distruggere il mondo (o gettarlo nel caos)
3) Gli eroi si uniscono per sconfiggerlo
4) Super mega battaglia finale con palazzi che vengono distrutti e perdite di vite immani
5) Cattivo sconfitto
6) Eroi vittoriosi con finale a tarallucci e vino
Buon Dio, che due zebedei... Cronenberg aveva dannatamente ragione! 
Almeno, vedere la cosa in questo modo mi dà un vantaggio: posso essere oggettivo.



Cominciamo col dire che il tanto sponsorizzato super arci-nemico del film, Ultron, è abbastanza debole (nonostante i tanti nerd si siano fatti per mesi le seghe sulla voce originale di Spader), con una caratterizzazione abbastanza standard, che non va oltre il Bullseye del Daredevil con Affleck (giusto per farvi capire). Inoltre mi è sembrato che la sua presenza fosse solo un pretesto per giustificare l'entrata in scena di Visione. Almeno le interazioni tra i protagonisti sono rese benissimo (ma questo è sempre stato il punto forte di Whedon): ogni personaggio in scena s'incastra (quasi) alla perfezione con l'altro, dando vita anche alle solite gag demenziali abbastanza riuscite. Stavolta si è anche deciso di dare un background maggiore a Occhio di Falco (forse anche per la crescente fama di Jeremy Renner), e accennare ad una lieve storia d'amore tra Bruce Banner e Black Widow (relazione tra l'altro... già "accennata" in una porno parodia... Whedon, vecchio marpione!). Le interpretazioni degli attori sono ottime, il doppiaggio italiano pure, e tra le new entry c'è la Olsen nei panni di Scarlet... e con questo ho detto tutto. 
In sintesi si tratta di una pellicola che non si discosta tanto dalle precedenti, né le migliora: non è rivoluzionario e non aggiunge nulla di nuovo, pur rimanendo comunque un buon film d'intrattenimento... due ore filate di tizi che si picchiano tra mille esplosioni sono sempre una festa per gli occhi (soprattutto i miei), ma lì rimane, non si eleverà mai, e come per tanti film di supereroi, tra qualche giorno me ne sarà già dimenticato (senza contare che avrò anche dimenticato quello che ho scritto in questo momento)...   
Se dovessi dare un voto? Un 7... e guardate che per me il primo era da 9.

lunedì 26 gennaio 2015

I cavalieri dello zodiaco - La leggenda del grande tempio (super mini recensione)

Mini recensione, perché occupato come sono in questo periodo, non riesco ad articolare bene le parole, tanta è la confusione mentale... quindi è meglio se sono breve, che già quando sono "normale", si capisce poco di quello che dico. Quindi via con i cavalieri!



Ordunque, di questo film se n'è parlato di qua e di là e finalmente sono riuscito a visionarlo. Sarà che avevo bisogno di leggerezza, di essere un po' più spensierato, sarà che non volevo impegnarmi troppo con un film, ma io l'ho trovato una figata pazzesca... non nel senso che è un capolavoro, o che abbia chissà quale recondito messaggio celato... no, no... intendo figata proprio nel vero senso del termine! Da ogni centimetro di questo enorme fan-service, traspare figaggine: i personaggi, le musiche, i combattimenti, il design delle armature, tutto! I cavalieri sono un tantino differenti caratterialmente, è vero, ma chissene!
Lo so, lo so cosa vi state chiedendo: e il doppiaggio? La spina nel fianco di buona parte dei detrattori? Beh, devo dire che i "vecchietti" se la sono cavata alla grande, si vede che hanno lavorato con passione e impegno e le loro voci funzionano bene come sempre! Ineccepibile! Semplicemente dei grandi!

Ah, per la cronaca... mi è piaciuto molto Cancer! E non so il perché!

Stop, fine recensione...

domenica 18 gennaio 2015

Il Massacro di My Lai - My Lai four

Durante la guerra del Vietnam, un gruppo di soldati statunitensi si abbandonò ad atti brutali in un piccolo villaggio abitato solo da bambini, donne e vecchi. Stuprarono e uccisero chiunque gli capitasse a tiro. Quasi tutti gli abitanti furono sterminati: se ne salvarono solo una piccola parte, grazie all'intervento del sottufficiale Thompson che, sceso in ricognizione col suo elicottero, quando si trovò davanti a questa strage, ordinò al suo equipaggio di sparare sui "colleghi" se non si fossero fermati immediatamente, frapponendosi così tra loro e i vietnamiti. Thompson evacuò il villaggio e portò i (pochi) superstiti al sicuro. Una storiaccia che non tutti conoscono (io l'ho scoperta solo di recente), e che nel tempo è stata anche oggetto di un insabbiamento da parte del governo americano. Si devono ringraziare il giornalista investigativo Seymour Hersh e pochi altri se tutto ciò è uscito allo scoperto.

E basandosi su questa storia (e sullo scritto di Hersh) che il regista Paolo Bertola (che non conoscevo prima di questa pellicola) decide di trarne un film sul Vietnam tutto italiano: My Lai four.



Per quanto sia lodevole lo sforzo di Bertola, purtroppo un evento di tale portata avrebbe meritato una trasposizione migliore. Al di là del budget ridotto (gli elicotteri, il fumo, tutto è realizzato con una CGI non proprio all'altezza), il film si distingue anche per una serie di dialoghi banali e ridicoli, coadiuvati da situazioni paradossali e personaggi stereotipati al massimo: il forzuto mitragliere sboccato, il capitano sociopatico, il soldato timido che non vuol far del male a nessuno, e c'è anche il "negro". Le recitazioni degli attori che interpretano i soldati americani sono sempre fin troppo sopra le righe e poco aderenti al contesto in taluni casi, e solo il doppiaggio salva capra e cavoli (riconoscerete le voci di professionisti come Riccardo Rossi, Roberto Chevalier, Sandro Acerbo, Angelo Nicotra). Sono invece bravissimi gli interpreti dei vietnamiti.
Purtroppo è stata un'occasione mancata, una cartuccia sparata a salve; quanto meno il film ha il merito di aver dato un po' più di visibilità a questa sporca faccenda. 
Magari qualche youtuber mattacchione dedito alle recensioni, potrebbe approfondire il discorso meglio di me se ha visto il film.

Si spera che Oliver Stone faccia di meglio, dato che anche lui è intenzionato a trattare questi eventi in una pellicola di prossima produzione.

lunedì 22 dicembre 2014

Divagando un po' sul cinema di genere

87 anni fa nasceva in Italia, precisamente a Roma, un uomo: il suo nome era Lucio Fulci.
Fulci era un ragazzo come tanti all'epoca che, per una delusione d'amore, decise di studiare cinema, iscrivendosi al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Diplomatosi a pieni voti (non prima di aver sfidato apertamente all'esame Luchino Visconti), iniziò la sua carriera: preso sotto l'ala protettrice di Steno, divenne dapprima sceneggiatore dei film di Totò, esordendo poi alla regia con "I ladri". Passò ai musicarelli italiani (per cui scrisse anche canzoni famose come "24000 baci"), creò il personaggio interpretato da Alberto Sordi, Nando Mericoni ("Maccarone, m'hai provocato? E io te distruggo"), e scoprì il duo comico Franco & Ciccio, dirigendoli nei loro maggiori successi. Ma è con i thriller che il suo nome acquista maggior risonanza, riuscendo a rivaleggiare con Argento (soprattutto in quanto ad originalità), nonostante i budget ridotti. Ma infine, giunge ai suoi famosissimi horror, regalando pellicole grandguignolesche idolatrate da gente come Quentin Tarantino e Sam Raimi (che ha utilizzato un fotogramma del film "l'Adilà", nel suo "Spider-man"), che lo considerano un maestro. Eh, Lucio Fulci, nella vita, può essere stato tutto, ma certo non un pischello o un uomo di cui non tener conto... allora perché i giornali e le così dette riviste specializzate danno ancora una stelletta ai suoi film (anche a capolavori come "Sette note in nero"), e poi mi devo ritrovare tre o quattro stelle a filmacci come "The Amazing Spider-Man", "Transformers", o "Le tartarughe ninja"? Io non ho niente in contrario se mi metti tre stelle a questi film, figurati quanto me ne frega, o carissimo direttore di giornale, ma mostra almeno un briciolo di rispetto per un personaggio come Fulci che, può piacere o meno, ha comunque attivamente contribuito alla creazione e alla divulgazione dell'odierno cinema di genere, e di quello italiano all'epoca.

Fulci è sempre stato bistrattato all'epoca e lo è anche oggi. Dal canto mio, elogio i suoi thriller: il già citato "Sette note in nero" e anche "Non si sevizia un paperino" sono capolavori, secondo il mio modesto parere.
Il secondo poi, ha dei risvolti politici inquietanti, oltre che sequenze estremamente morbose per l'epoca in cui fu girato... Fulci fu anche portato in tribunale, a causa della scena con la Bouchet nuda col bambino, che in realtà poi, quando ripreso in controcampo era un nano (il famoso nano di Termini, ucciso da una coppia di fidanzatini che lui ricattava e soggiogava per i suoi piaceri). Capisco anche che si debba avere un po' di stomaco per guardare alcuni suoi horror, che possono avere sequenze rivoltanti, e a volte sono un po' ridondanti nel loro nonsense, ma diamogli almeno atto di essere stato un grande artigiano e di aver mostrato una passione spropositata per il cinema, da lui veicolato per mandare messaggi politici non tanto velati. Il che è tanto, rispetto a molte pellicole di oggi (non tutte, fortunatamente), che, spogliate dei loro effetti super speciali, non hanno nulla.

E poi ci lamentiamo che qui in Italia non si faccia cinema vero. In realtà basta saper cercare (tante pellicole che non mi aspettavo, e che non sono dei soliti Garrone e Sorrentino, che a mio parere poi, quest'ultimo è abbastanza sopravvalutato). Purtroppo, però, i media ci sbattono sempre in faccia i dannati cinepanettoni e le scempiaggini girate nei periodi festivi (Come ad esempio il filmazzo "Tu di che segno sei?", che mi vergogno pure a scriverlo sto titolo)... e vi lamentate della qualità del film... ma se già sapete di che si tratta (tra l'altro, ormai, dopo tanti anni, dovrebbe essere palese), perché lo andate a vedere, dando comunque soldi alla produzione, facendo sì che l'anno dopo sfornino l'ennesima cacata? Dopo non capisco davvero che avete da lamentarvi, e ve ne uscite che il cinema italiano sta morendo... siete masochisti? Se siete masochisti, allora non c'è nulla di male, ma questa, però, me la dovete proprio spiegare...
Andatevi a vedere il "Ragazzo invisibile", di Salvatores, che forse non sarà un capolavoro, ma qualcosa di diverso e un po' più originale questo sì, lo è (almeno qui in Italia). Invece no... lo vedranno quattro gatti, e so già la motivazione di tanti "Un film italiano sui supereroi? E a che serve?". Eh... intanto Salvatores ci ha provato (e con lui tutta la produzione), diamogliene atto. Chissà che non si aprano nuovamente le porte a film diversi, e che il cinema italiano, piano piano, non rinasca dalle sue misere ceneri. Grazie dell'attenzione!
Love & Piece.
  

giovedì 13 novembre 2014

Addio a Gaetano Varcasia

Difficilmente io dedico interamente un post alla morte... mi mette sempre un po' a disagio, ma adesso sentivo di doverlo fare. Qualche giorno fa è venuto purtroppo a mancare Gaetano Varcasia.



Ai più questo nome non dirà niente, ma ad appassionati di doppiaggio suonerà molto familiare, in quanto è andato via, a soli 55 anni, uno dei pilatri del doppiaggio italiano: sua è stata la voce di Topolino della Disney, dal 1988 al 1996 (e secondo me anche più adatto al ruolo del suo comunque bravo collega Alessandro Quarta, voce attuale del noto roditore). Sua era anche la voce di Spike Lee in "Fa' la cosa giusta". Prestò la sua voce a Woody Harrelson nel film "Benvenuti a Zombieland" e in "Semi Pro", e anche a David Tennant in "Fright Night". 
Ma è per gli amanti delle serie televisive che la sua scomparsa si farà sentire parecchio: aveva infatti dato voce al simpatico avvocato Saul Goodman di "Breaking Bad" (e che ora si troverà quindi con una voce diversa nell'imminente spin-off) e al nano Tyrion Lannister in "Game of Thrones", interpretato dal bravo Peter Dinklage (essendone a tutti gli effetti un po' la voce "ufficiale", dato che aveva doppiato Dinklage già nel film "Funeral Party"), e aveva sostituito la voce dell'attore anche nel videogame "Destiny", di recente uscita. 
Giusto qualche mese fa avevo visto una sua intervista a Rai 4, a Wonderland, in cui parlava proprio di Destiny, e di come si fosse approcciato al doppiaggio del videogioco. Era incredibile l'entusiasmo che lasciava trasparire e gli elogi che non risparmiava per Peter Dinklage, a cui ormai, si era molto "affezionato". 
Da appassionato di questa grande arte italiana (bistrattata a destra e a sinistra da tanti imbecilli perché "In originale è meglio") quale sono, è un gran dispiacere per me. Mi mancherà la sua voce, che sapeva caratterizzava alla grande personaggi ambigui come Saul e Tyrion, e simpatici e pazzoidi come il Tallahassee di Harrelson. Ciao, Gaetano. E grazie di cuore!     

Per una scheda completa dei suoi lavori (davvero tanti) vi rimando alla pagina del sito del bravo Antonio Genna



venerdì 7 novembre 2014

Dylan Dog - Vittima degli eventi (le mie impressioni)

Facciamo un attimo un paio di passi indietro.

Erano gli anni 90: Michele Soavi e Gianni Romoli, in collaborazione con Tilde Corsi, avevano intenzione di portare sullo schermo la fortunata creatura di Tiziano Sclavi, ovvero Dylan Dog. Purtroppo, quando si rivolsero a Scalvi, questi aveva già promesso i diritti ad un altro regista (di cui non ricordo il nome), che voleva trasporlo in una serie tv, cercando anche di avvalersi della partecipazione di Rupert Everett (l'attore a cui è ispirato il volto di Dylan). Come sappiamo, questa serie non vide mai la luce, ma Soavi e Romoli, che ormai avevano un set pronto e un budget da spendere, puntarono su un romanzo di Sclavi scritto anni addietro come prototipo del fumetto originale: "Dellamorte dellamore". Ironia della sorte, fu contattato proprio Everett per la parte di protagonista, che diventò in quel film il perfetto Dylan Dog (senza esserlo, però). Era il 94 quando la pellicola fu rilasciata nella sale: fu un flop colossale, eppure io lo ricordo come uno dei migliori film italiani di quell'anno.

Passò del tempo, i diritti di Dylan Dog vennero acquistati dagli americani: prima optarono per un film realizzato interamente in CGI, poi decisero di cambiare rotta per un live action nudo e crudo. Fu contattato Brandon Routh (il superman di Singer) per la parte,e venne confermato Kevin Munroe come regista (ricordo che Munroe si era già cimentato con un buon film delle tartarughe ninja).
Così, nel 2011 sbarca nelle sale "Dylan Dog - il film", che, sebbene abbia una buona regia e un'accattivante messa in scena, si rivelerà solo un lungo spin-off di "Buffy", con un ragazzone che è lontano anni luce dal Dylan del fumetto. Inutile dirlo... il film è un flop, che non accontenta proprio nessuno.

Siamo nel 2014: un gruppo di ragazzi che ha fatto la sua fortuna con youtube, Claudio Di Biagio (Nonapritequestotubo), Luca Vecchi (The Pills), e Matteo Bruno (Cane Secco), decide di mettersi in gioco e, attraverso un appello agli utenti, riesce ad ottenere i fondi necessari per produrre quella che secondo loro è la versione filmica che più si avvicina al fumetto di Sclavi: arriva così "Dylan Dog - vittima degli eventi".


Quale è stata la mia impressione dopo averlo visto? Sarò sincero, non mi è piaciuto molto, ma mi rendo anche conto che al giorno d'oggi sono veramente poche le cose che mi piacciono e che mi colpiscono.
Il problema principale, credo, sia che la pellicola non abbia colto molto bene l'anima della creatura di Scalvi, rivelandosi così poco più che un omaggio, piuttosto che il film che si sarebbe voluto vedere al cinema.
Credo che Di Biagio (qui regista) abbia costruito il personaggio secondo la sua percezione e non quella effettiva dell'autore. Questo Dylan è spavaldo, a tratti forse anche un po' antipatico, saccente. Il Dylan che ricordo io è scettico (quante volte ha messo un cliente alla porta dicendogli di provare a rivolgersi altrove, per poi venire inesorabilmente tirato a forza nella vicenda di turno), disorganizzato, cacasotto, talvolta con atteggiamenti adolescenziali. Poi sì, Dylan è donnaiolo, ma romantico! Difficilmente frequenterebbe due donne nello stesso momento (come si è potuto tranquillamente evincere dai primi minuti).
Purtroppo lo spirito del personaggio portato in scena, duole dirlo, è quasi lo stesso di quello del film di Munroe... poco importa che qui ci siano un sacco di elementi e di citazioni presi di peso dalle pagine degli albi: il clarinetto (che poi in realtà c'era anche in quello di Munroe), lo studio (che è stato ricostruito in maniera identica a quello del fumetto), il campanello che urla, Groucho e le sue battutacce, l'ispettore Bloch e madame Trelkovski.
La storia inoltre, di per sé, è gestita molto male: non so quanto della sceneggiatura sia rientrato effettivamente nei 50 minuti di girato, ma il tutto è molto confusionario, con scene che faticano a legarsi l'una all'altra, arrivando al finale un po' a tentoni; mi è sembrato che mancassero degli elementi che potessero portare davvero ad una risoluzione della trama e ad una caratterizzazione maggiore dei personaggi.
Inoltre non capisco Dylan cosa ci fa a Roma... si è trasferito? E se si è trasferito, sono andati con lui anche Bloch e la Trelkovski? Perché le statue nel corridoio della casa di Dylan sono animate? Forse il tutto va preso come un mondo alternativo?
La regia è lungi dall'essere ottima, semmai è discreta. Quelli ottimi sono gli effetti speciali e la fotografia, davvero molto ricercata, del bravo Matteo Bruno.
La recitazione è un po'... beh... Luca Vecchi che interpreta Groucho è un po' sopra le righe (ma probabilmente deve esserlo) e poco naturale, nonostante si sforzi parecchio per cercare di tenere una dizione decente, cosa che non fa Valerio Di Benedetto che parla un romanaccio del Trastevere, finendo ad un certo punto, per pronunciare anche "Ronan Doyle" al posto di "Conan Doyle", risultando così poco credibile nelle vesti di un indagatore londinese... insomma, un Dylan un po' coatto. Manco a dirlo, bravissimi Milena Vokotic nei panni della Trelkovski e Alessandro Haber in quelli di Bloch.

Tirando le somme, mi rendo conto che, purtroppo, Vittima degli eventi è un prodotto tutt'altro che perfetto, ma è bene che questo genere di iniziative vengano incoraggiate, soprattutto qua in Italia. Che questi ragazzi abbiamo molto talento, è risaputo (basta dare un'occhiata ai loro video di youtube per rendersene conto), ma non sono riusciti a dimostrarlo al massimo con quest'opera. Magari, la prossima volta, con qualcosa di scritto decisamente meglio e girato con maggior coerenza narrativa, potranno dire seriamente la loro, esprimendosi a più alti livelli.
Ma chi crede (come ho letto anche in alcuni commenti e recensioni), che loro abbiano realizzato un capolavoro, e possano rivaleggiare con gente come Argento (quello dei bei tempi), Soavi, o anche solo Bava, beh, siamo molto lontani dalla verità.
Ovviamente io sono un signor nessuno, quindi prendete ciò che ho scritto per delle opinioni piuttosto personali. Un saluto a tutti.
Ciaoz!  




martedì 14 ottobre 2014

Cinema & remake

Io non sono contro i remake. Credo che abbiano una loro insolita utilità. Talvolta non solo sono in grado di discostarsi dall'originale, fornendo anche un'altra chiave di lettura della stessa storia, ma consentono anche una riscoperta della fonte da cui attingono.

La mosca e La cosa, ad esempio, sono remake di film che risalgono agli anni 50, precisamente Lo strano esperimento del dottor K, e La cosa da un altro mondo di Hawks.
Potrebbe sembrare ovvio che Cronenberg e Carpenter abbiano fatto addirittura un lavoro migliore dell'originale, ma dovete mettere in conto che tra l'uno e l'altro intercorrono pure trent'anni e qualcosina di più di differenza. "La cosa" di Hawks, ad esempio, non è che sia meno bello di quello di Carpenter, ma semplicemente, essendo stato fatto negli anni 50, racconta l'america di quegli anni, in sintesi la visione collettiva di quegli anni, come l'unità del popolo, che permette così di sconfiggere la forza aliena rinvenuta nel ghiaccio. Ricordate il messaggio finale? 

La cosa di Carpenter è completamente opposta e analizza invece le paure degli anni 80. Non c'è unità nel gruppo di Mac Ready: tutti diffidano di tutti.
Nel finale, inoltre, c'è anche una non troppo velata critica al razzismo, in cui Mac Ready e Childs si guardano negli occhi, in cagnesco, dubitando l'uno dell'altro: nero contro bianco, sostanzialmente. Quindi due film che hanno due messaggi differenti e funzionali, per me difficile allora dire quale sia il migliore (tecnicamente e ritmicamente sono per Carpenter, ovvio, eppure alla luce di questo ragionamento...).

La mosca di Cronenberg, realizzato anche questo negli anni 80, mette in cantiere la cronaca di una malattia, una degenerazione che accompagna il protagonista fino alla fine del film, e che trova il suo apice prima in una rinascita, poi nella morte. Brundle-Mosca accetta il suo stato, abbraccia il suo destino, e cerca di adattarsi alla sua nuova situazione, facendo sì che la sua mente sia invasa invece dalla follia più pura.

Esistono anche diversi remake dei film di Wes Craven.
Vi dirò subito che io i film di Wes non li ho mai trovati eccezionali, anche perché Craven non è regista da virtuosismi della camera.  Gli unici film, degni di menzione, sono L'ultima casa a sinistra (che guarda caso è il remake de La fontana della vergine di Ingmar Bergman), La casa nera (una bella fiaba che m'è piaciuta), e Il serpente e l'arcobaleno, tutto il resto, per quanto mi riguarda è poco interessante (forse non vi troverete d'accordo con me, lo so), compreso Freddy Krueger che, a mio dire, è diventato famoso giusto per l'azzeccata caratterizzazione e nient'altro.
Infatti sono del parere che alcuni remake dei film di Craven siano addirittura migliori dell'originale. Il remake dell'ultima casa a sinistra, ad esempio, è funzionale: elimina le sequenze surreali e sposta l'azione in un contesto più credibile... e poi c'è Sara Paxton... e già questo vale il film. Non m'e l'aspettavo, ma mi è piaciuto molto anche il remake de Le colline hanno gli occhi, quello di Aja. All'epoca non conoscevo l'originale di Craven, e quando lo vidi rimasi colpito: la narrazione asciutta, senza fronzoli, mi coinvolse parecchio.
Pensai che se era la metà dell'originale, allora questo doveva essere un capolavoro. Poi riuscii a visionarlo, e quello invece l'ho trovato poco interessante. Aja era riuscito a togliere anche la marea di sciocchezze narrative (e in taluni casi pedanti) che Craven inserisce spesso nelle sue pellicole.

In tempi più recenti è stato realizzato anche il remake/reboot de La casa (questi si devono decidere, o è l'uno o è l'altro).
Chi l'ha definito la rinascita dell'horror si sbaglia; anche perché io non credo a queste cose, un film, che sia un horror o meno, lo prendi per ciò che è: o è fatto male o è fatto bene, sennò è una via di mezzo che accontenta un po' tutti (detrattori e non).
La casa di Fede Alvarez, per me è un brutto film, ecco tutto. I personaggi sono banali, il finale pure. Credo sia poco credibile che dei ragazzi siano andati lì, improvvisandosi medici, per disintossicare l'amica, quando di 'sta roba se ne dovrebbe occupare  un ospedale attrezzato... onestamente sarebbe stato più interessante sapere che i giovincelli fossero andati nella baita di montagna per girare un pornazzo amatoriale (infatti la scena che ho trovato più interessante è stato il bacio saffico a base di lingua tagliata e sangue).
Per il resto è nulla di ché (sempre secondo il mio modesto parere). Anche la comparsa di Ash dopo i titoli di coda mi ha fatto fare spallucce. Purtroppo non si può fare un remake di un film di Raimi, che ha uno stile visivo talmente forte da uscire fuori prepotente da ogni inquadratura: come regista ti scavi la fossa anche solo a pensarci. Vero che è stato Sammino a volere il remake, ma sappiamo che lui come produttore non è il massimo, ma dopotutto questa è la legge dell'equilibrio: se eccelli in qualcosa, dovrà per forza esserci qualcos'altro in cui sei una pippa. Infatti lui è un grande a girare film, ma non del tutto capace nel produrre qualcosa di veramente decente (si salvano veramente poche cose, tipo 30 giorni di buio e la serie televisiva di Spartacus... boogeyman possiamo anche gettarlo via, a me poi non piacevano manco Xena ed Hercules, figuratevi). Non volermene Sam, per quest'ultima cosa. Lo sai che ti amo, ma alle volte sbagli anche tu, c'è poco da fare.

Preferisco non parlare, poi, dei vari reboot e remake di poco conto, tipo quelli di spider-man (per favore, qualcuno li fermi), e quello di Robocop che, sebbene sia un film dignitoso, l'ho trovato comunque poco interessante.